Chiacchiera del vicolo – Sessione 4
“Vita e Morte”
Dalle Memorie del Re nella moneta
I Guardiani di Vita
Federico Righi è Baral Swimbledorf, l’avido mago
Luca Valentini è Sendrow Rawsmoke, il giudizioso cacciatore
Enea Tonti è Nix, l’impavido bardo
Fabio Sais è Kham Dragoon, l’onorvole paladino
Gabriele Rosi è Giselle Albalucente, la maga dall’affilato canto
…e di quel combattimento ricordo le fiamme. Grande fu l’astuzia del mago Swimbledorf che seppe tramutare l’imprevedibile potere del fuoco in una efficiente trappola per i nostri oppositori mentre la precisione militare dei guardiani poneva una dignitosa fine alla sventurata storia di questi uomini mutati e folli.
Nelle fiamme, ora rimembro, trovammo perfino un alleato. Abilmente mascherato o forse tristemente simile ai suoi nemici, l’elfo Rolen era riuscito per mesi a sfuggire ai cannibali unendosi alle loro fila. Egli un tempo era un funzionario del barone al servizio di uno dei suoi più fidati servitori, il misterioso maestro di palazzo. L’esilio lo aveva portato lontano dalla corte, il gelo lo aveva costretto a rifugiarsi nelle miniere, la fame lo obbligò a nutrirsi di grano nero.
Tante cose Rolen raccontò, ed i pezzi del suo passato completavano come in un puzzle le intuizioni dei guardiani sul loro immediato futuro. Racconto del suo esilio e di tanti leali servi come lui ad opera della Strega Samira. La megera, che i guardiani già avevano avuto modo di affrontare in passato, a quanto pare aveva trovato asilo come consigliera alla corte dei La Croix dove i suoi sussurri di caos, sangue e crudeltà si scontravano duramente con i suggerimenti di un altro inquietante consigliere. Molto prima di lei già un cavaliere degli ammantati, emissari del Principe Nero, era giunto a corte portando con sé due utili strumenti che avrebbero permesso al baronato di sopravvivere al grande gelo: la spietata disciplina del suo maestro ed un seme dal quale sarebbe poi cresciuta una pianta dal potere di sfamare e porre fine alla carestia, sebbene ad un prezzo. I deboli morivano, incapaci di digerire il grano nero ed i frutti amari, a chi sopravvisse tocco un fato ben peggiore, la follia. Solo i più forti videro la pianta tramutare i loro desideri in potere puro mentre il corpo si adattava e trasformava per obbedire ad un nuovo terribile destino. Ecco la radice della sciagura dei La Croix, il sangue nobile tramutato in mostruose e potenti creature consigliate dall’ancora più mostruosa Samira. Neppure l’ammantato riuscì ad opporsi al suo ultimo editto e tutti gli oppositori della strega furono cacciati da palazzo, una condanna a morte piuttosto che un esilio, dico io. Lo stesso Rolen aveva mangiato quel grano, proprio qui in questa stessa miniera e poté confermare come nuovi e misteriosi poteri si stessero risvegliando in lui.
Armati di nuove conoscenze ed un abile alleato, i guardiani continuarono l’esplorazione delle miniere decisi a trovare il seme corrotto che vi era stato portato e con esso, forse, perfino una via di fuga da quel luogo. Tra i guardiani e l’obbiettivo si frapponeva tuttavia ancora un ostacolo, presagio di dure battaglie nel loro avvenire. Un culto maniacale, proprio nell’anticamera del santuario di vita che aveva sede nel cuore dell’intreccio di gallerie, aveva aperto un passaggio, non verso qualcosa ma per qualcuno. Una donna di sangue e carne informe, un orribile avatar alla costante ricerca di suo figlio, la baronessa Lial de La Croix riconobbe immediatamente i guardiani come se il loro marchio fosse per lei un inequivocabile araldo della loro affiliazione. Grande era il suo poter ma in questa forma non poté mantenere la sua presa a lungo nella realtà ed interrotto il rito i guardiani riuscirono a ricacciarla lontano.
Ad attenderli, l’altare di Vita e su di esso non un seme, ma una pianta iridescente già in fiore e dalle tenere radici. Cautamente i guardiani cercarono un contatto con lo strano vegetale ed esso ci trasporto, non attraverso i corpi ma nella coscienza, in un reame di sogno. In questo luogo una figura fanciullesca stava ricurva nel mezzo di una radura di fiori rossi ed alberi neri, come tristi testimoni del massacro su campo di battaglia. Non capivo ancora bene il motivo, ma i guardiani si approcciarono sicuri di parlare con Vita, ma a loro rispose invece un fanciullo di nome Morte. Il bambino parlò loro a lungo dello scontro con Vita, del momento in cui avrebbe spodestato sua sorella e finalmente riportato la foresta al selvaggio, spietato ed equo accordo che la natura impone attraverso la legge del più forte. Mentre la sorella aveva, a suo dire, soggiogato i guardiani obbligandoli ad un destino di servitù non richiesto lui invece offriva loro soltanto doni, insieme allo strumento per affrontare con sicurezza la temibile creatura che li aveva chiusi in un angolo ormai. Contro mia ogni aspettativa alcuni dei guardiani accettarono la sua generosità con la promessa di portare la pianta fuori da quel luogo per poi posarla su un suolo più adatto. Contro ogni mia certezza, ancor più incredibile, questa scelta non fu dettata dalla paura o dalla necessità ma da una sincera condivisione delle idee di questo antico e potente spirito. Altri rimasero saldi nel loro ruolo di servitori leali di Vita, altri ancora osservarono la scena mentre la loro mente mortale partoriva il tracotante desiderio di cavalcare la lotta tra i due spiriti fratelli per raggiungere orizzonti di potere mai sperati. Con le mani strette tra quelle di Kham ad un fianco e quelle di Sendrow sull’altro, il bambino si incamminò mostrando a tutti l’uscita da quel luogo della mente, attraverso un arco di rami secchi.